I paesaggi dell’Odissea di via Graziosa, appartenuti a Filippo Bennicelli
Scoperta, proprietà spezzata, trattativa con il Comune e donazione a Pio IX (1848–1851)
1. Il rinvenimento del 7 aprile 1848
Il 7 aprile 1848, mentre si demoliva e si ricostruiva sull’Esquilino, in una via Graziosa destinata a scomparire sotto l’odierna via Cavour, gli operai colpirono un muro in opus reticulatum. Era il paramento di un portico di una domus tardo-repubblicana affacciata sul Vicus Patricius. Nella fascia alta della parete, a circa quattro metri dal piano di calpestio, correva un fregio paesaggistico con episodi dei libri X-XII dell’Odissea: le Ulixis errationes per topia di cui parla Vitruvio.
La datazione accolta dai Musei Vaticani è la metà del I secolo a.C., e comunque anteriore al 46 a.C. Il ciclo appartiene al Secondo Stile: un porticato illusionistico a pilastri dipinti «sfonda» la parete e vi dispone, in sequenza, paesaggi con figurette e nomi graffiti in greco. Non è un’illustrazione scolastica di Omero. È un teatro di paesaggio, in cui l’eroe è piccolo e il mondo è grande.
Le cronache di scavo contemporanee — in particolare il resoconto inglese uscito sul Museum of Classical Antiquities — sono esplicite su un punto che decide tutta la vicenda successiva: il muro dipinto si estendeva «dalla casa del Comune di Roma alla casa del signor Filippo Bennicelli». I primi riquadri, in parte già rovinati, cadevano sul fondo comunale. Il terzo e quarto si trovavano sotto le mura divisorie tra proprietà pubblica e privata. Dal quinto in poi, secondo la numerazione di quelle stesse carte, il fregio passava interamente sotto l’immobile privato. Il ciclo, insomma, non nacque come «tesoro dello Stato».
Nacque spezzato da un confine di proprietà.
2. Chi era Filippo Bennicelli
Filippo Bennicelli, nato a Roma nel 1813, non era un collezionista né un erudito di professione. Era un abile commerciante e amministratore che, partendo da una condizione di agio famigliare, riuscì, con la propria sagacia nell’introdurre tra i primi l’utilizzo della meccanizzazione a vapore, a costruire nel diciannovesimo secolo uno tra i patrimoni più consistenti di Roma e provincia.
Le biografie comunali successive lo descrivono come uomo di discipline economiche, consigliere comunale e provinciale, ostinato nel rivendicare i diritti della borghesia anche quando ciò lo rendeva scomodo.
Nel 1848-49 le fonti lo indicano come «sergente, grado della Guardia civica, e “cavaliere”, non ancora con il titolo nobiliare comitale che Pio IX gli concederà, per lui e progenie maschile primogenita, nel 1860.
Nel 1848 era dunque un proprietario affermato che si trovò, sotto la propria casa, la parte più estesa e meglio conservata di un fregio destinato a diventare celebre in tutta Europa.
Il modo in cui si comportò — licenza regolare, ripresa degli scavi con fondi pubblici, rifiuto della dispersione, condizione della donazione al papa — è il nodo di questa storia.
3. Il diritto pontificio: proprietà privata, non libertà piena
A Roma vigeva ancora l’Editto Pacca del 7 aprile 1820, con il regolamento del 1821. Quella norma non diceva — come farà la legge italiana del 1909 — che «le cose scoperte appartengono allo Stato». I rinvenimenti su fondo privato potevano restare del proprietario o di chi scavava con licenza. Lo stesso editto, però, stringeva il privato in una rete di obblighi.
- Serviva il permesso. Non si poteva scavare sotto la propria casa senza licenza del Camerlengato / ministro delle Belle Arti. Senza licenza si rischiavano multa e perdita degli oggetti.
- Obbligo di denuncia. Un ciclo pittorico di quel livello non poteva restare nascosto.
- Diritto di prelazione e interesse pubblico. Lo Stato pontificio poteva acquisire i pezzi di maggior pregio. Per opere eccezionali la prassi era trattativa, indennizzo o cessione «volontaria» sotto pressione istituzionale.
- Divieto di esportazione e controllo sulla circolazione. Anche restando proprietario, Filippo Bennicelli non avrebbe potuto venderli all’estero o disperderli senza nulla osta.
- Natura dell’opera. Finché gli affreschi erano sulla parete facevano corpo con l’edificio. Una volta staccati diventavano beni mobili di antichità, pienamente soggetti alla normativa sugli scavi.
Filippo Bennicelli rispettò questo quadro. Nell’ottobre 1849, cessata la fase più acuta della Repubblica Romana, ottenne dal ministro delle Belle Arti e del Commercio l’autorizzazione a portare alla luce i riquadri che ricadevano sul suo immobile. Con quella licenza consolidava un titolo sulla quota trovata sotto la sua casa: titolo reale, ma già condizionato dall’interesse pubblico. La regola pontificia, del resto, era chiara: i monumenti trovati nei fondi appartengono al proprietario del fondo; l’Editto Pacca mirava alla conservazione, non a trasferire automaticamente il titolo allo Stato.
4. La Repubblica, gli affreschi all’aperto, i fondi pubblici
La scoperta cadde nel momento peggiore. Pio IX fuggì a Gaeta il 24 novembre 1848, grazie anche al riconosciuto sostegno ricevuto da Filippo Bennicelli; la Repubblica Romana occupò la città nel 1849; gli scavi si interruppero. I fregi restarono esposti all’aperto. L’umidità e l’abbandono minacciavano di cancellare ciò che il cantiere aveva appena rivelato.
I lavori ripresero grazie all’iniziativa di Filippo Bennicelli. Le ricostruzioni moderne — a partire dagli studi che riprendono le carte di scavo e la monografia di Ralf Biering — attribuiscono al proprietario, e alla sua influenza politica, l’ottenimento di ulteriori fondi pubblici per distaccare e mettere in salvo il ciclo. I primi due pannelli, quelli sul lato comunale, furono staccati prima; il resto della sequenza fu tolto in blocco più tardi. Lo stacco fu eseguito da Pellegrino Succi. Al momento del passaggio al papa il restauro passò a Ettore Ciuli, che colmò le lacune a tempera: un intervento pesante, che salvò le scene ma alterò i rapporti cromatici originali.
Filippo Bennicelli, del tutto evidentemente, fu colui senza il quale il ciclo, spezzato tra due proprietà e lasciato all’intemperie in un anno di guerra civile, non sarebbe uscito intero dal sottosuolo.
5. Come si divideva il muro: Comune e proprietà Bennicelli
Il fregio fu tagliato in otto scomparti, tagliando i finti pilastri dipinti che scandivano le scene. Gli otto pezzi furono poi ricongiunti a due a due in quattro quadri rettangolari, oggi nella Sala delle Nozze Aldobrandini.
Un frammento ulteriore, con le Sirene, emerso nel 1940 durante i lavori della metropolitana sotto via Cavour, è a Palazzo Massimo: prova che il fregio originario era più lungo di quanto il cantiere del 1848-50 riuscì a salvare.
Due fonti vanno tenute insieme, senza forzarne l’accordo. Il resoconto del 1849-51 dice che i primi due «pictures» erano quasi distrutti; il terzo e il quarto, ben conservati, stavano sul tratto che dalla casa del Comune andava verso Bennicelli e furono per un momento destinati al Campidoglio; dal quinto in poi lo scavo passò sotto la casa di Bennicelli, con licenza dell’ottobre 1849.
Gli studi moderni (e la memoria della vicenda) insistono sul fatto che i primi due pannelli furono staccati prima e che la parte preponderante del ciclo — sei scomparti su otto, nella lettura più diffusa — ricadeva sul fondo privato. Le due versioni non si elidono: dicono entrambe che l’inizio della sequenza, più danneggiato, stava sul lato comunale, e che il cuore narrativo (climax dei Lestrigoni, Circe, Inferi) stava sotto la proprietà di Filippo Bennicelli, essendo dunque, al momento del ritrovamento, di proprietà di quest’ultimo.
Il sito originario fu distrutto. Non esiste quindi una fotografia del muro in situ con il confine di proprietà sovrapposto. Quella che segue è una ricostruzione onesta, non un accertamento catastale.
| Scomparto / quadro attuale | Soggetto (scheda Musei Vaticani) | Ricostruzione della proprietà sul terreno |
|---|---|---|
| Scomparti 1–2 → parte del Quadro I | Incontro dei compagni di Ulisse con la figlia del re dei Lestrigoni; inizio dell’assalto alle navi. I primi riquadri risultarono già quasi distrutti nel 1848. | FONDO COMUNALE. Casa del Comune di Roma. Primi pannelli staccati. Titolo pubblico sul terreno, già soggetto a Editto Pacca. |
| Scomparti 3–4 → resto del Quadro I / inizio del Quadro II | Prosecuzione dell’assalto; zona di passaggio verso la distruzione della flotta. Le fonti del 1851 dicono il terzo e il quarto «picture» ben conservati e ancora sul lato che dalla casa comunale puntava a Bennicelli. | ZONA DI CONFINE. Attribuzione incerta al centimetro. Non si può giurare il taglio esatto. È il tratto in cui il muro passava da un fondo all’altro. |
| Scomparti 5–6 → Quadro II (resto) e Quadro III | I Lestrigoni distruggono la flotta; la sola nave di Ulisse fa rotta verso Eea. Poi: Ulisse nella reggia di Circe; i compagni ritramutati da porci in uomini. | FILIPPO BENNICELLI. Dal «quinto quadro» in poi le fonti contemporanee pongono lo scavo sotto la sua casa, con licenza ministeriale dell’ottobre 1849. |
| Scomparti 7–8 → Quadro IV | Nekyia: Ulisse incontra le ombre dei morti; poi Orione, Sisifo, Tizio e le Danaidi. | FILIPPO BENNICELLI. Chiusura del ciclo sul fondo privato. Parte integrante del titolo su cui si aprì la trattativa con il Comune. |
Lettura complessiva, con tutti i vincoli: dei quattro quadri oggi visibili, l’inizio della sequenza (Lestrigoni: incontro e primo assalto) pesava sul fondo comunale; il corpo centrale e finale del racconto (distruzione della flotta, Circe, Inferi) pesava sul fondo Bennicelli. In termini di otto scomparti, la quota privata è la maggioranza del ciclo — nella ricostruzione più coerente con la memoria della famiglia e con lo stacco in due tempi, sei scomparti su otto. Resta fermo che nessuno dei due titolari poteva trattare i pannelli come un mobile di casa.
6. Le scene sul fondo del Comune
L’inizio del fregio è l’approdo nel paese dei Lestrigoni. I compagni di Ulisse, ancora ignari, incontrano la figlia del re. I nomi greci graffiati sull’intonaco (Trachio, Anchialo, e gli altri) sono il segno di un omerismo colto, pensato per una committenza che leggeva Omero in originale. Questa è la zona del muro che le fonti pongono sotto la casa del Comune: la prima a emergere, la prima a essere staccata, anche la più provata dal tempo e dal cantiere.

Subito dopo, il paesaggio si popola. Pastori, greggi, rocce, una visuale aerea: è ancora la terra dei Lestrigoni, quella in cui — scrive Omero — la notte è così breve che il pastore che esce all’alba incontra quello che rientra. La tecnica, quasi «impressionistica» nei cespugli e nel cielo, è quella che rese famoso il ciclo già nel 1849. Parte di questa fascia stava ancora sul lato comunale o sulla soglia del confine: è il tratto in cui ogni attribuzione al centimetro sarebbe presuntuosa.


7. Le scene sul fondo di Filippo Bennicelli
Dal quinto riquadro, secondo la numerazione delle carte contemporanee, lo scavo entra certamente sotto la casa di Filippo Bennicelli. Qui il racconto accelera e si fa carneficina: i Lestrigoni, giganti antropofagi, scagliano massi sulle navi greche e affondano undici delle dodici navi. È il cuore visivo del ciclo, e sta sul suolo privato.


Segue la rotta della sola nave salvata verso Eea, poi la reggia di Circe. Il quadro oggi visibile in cornice dorata, con la didascalia ottocentesca «Dai fondamenti di una casa in via Graziosa l’anno 1853», mostra a sinistra l’architettura della reggia e a destra il paesaggio. È uno dei due grandi rettangoli nati dal ricongiungimento a coppie. Appartiene al tratto che le fonti pongono sotto la proprietà Bennicelli.

Chiude il ciclo la Nekyia. Ulisse, consigliato da Circe, evoca i morti per interrogare Tiresia. A sinistra le ombre; a destra Orione, Sisifo, Tizio, le Danaidi. È la parte più rara sul piano iconografico: dell’antichità pittorica della Nekyia sappiamo soprattutto per via letteraria (la Lesche di Delfi di Polignoto). Trovarla dipinta su una parete romana del I secolo a.C. fu, già nel 1849, un avvenimento europeo. E stava sotto la casa di Filippo Bennicelli, essendo dunque al ritrovamento di proprietà di quest’ultimo.

8. Perché la donazione al Papa chiuse l’accordo
Il Comune poteva acquistare, e di fatto acquistò. Ma non poteva trattare Filippo Bennicelli come un venditore qualunque. Senza il suo consenso la sequenza si spezzava: pochi pannelli pubblici, il resto in una casa privata, con l’incubo della dispersione. Per il proprietario, viceversa, tenere «in salotto» un fregio già famoso nel 1849-50 era giuridicamente fragile e politicamente impraticabile. Lo Stato pontificio, tornato a Roma con Pio IX nell’aprile 1850, aveva ogni interesse a far entrare un ciclo tanto prezioso nelle collezioni papali.
La soluzione che chiuse il cerchio fu questa. Il Comune sborsò la somma necessaria ad acquisire legalmente i reperti. Filippo Bennicelli, titolare della parte preponderante, accettò di uscire dalla “comproprietà di fatto” a condizione che l’intero ciclo fosse offerto al pontefice.
Il 2 gennaio 1851 i pannelli vennero donati ufficialmente a Pio IX. Fu il papa a destinarli alla Biblioteca Apostolica Vaticana.
Questa donazione non è, nelle carte pubbliche, un capriccio devoto né un semplice regalo del Municipio. È l’esito della trattativa. Filippo Bennicelli non «regalò gli affreschi» come si regala un oggetto di casa. Chiese — ed ottenne — che il passaggio di proprietà si concludesse in forma di donazione al papa: unica formula che, nel 1850-51, teneva insieme tre esigenze vere. La prima, la sua: riconoscimento del titolo sulla quota rinvenuta sotto il proprio suolo. La seconda, del Comune: uscire da una spesa pubblica controversa con un atto di munificenza verso il pontefice da poco rientrato. La terza, della Santa Sede: incorporare un unicum della pittura repubblicana senza apparire espropriatrice.
Non risulta, e va detto, un atto notarile pubblicato in cui Filippo Bennicelli detti parola per parola quella clausola. Risulta invece una sequenza documentata di chiara intelligibilità: proprietà spezzata; licenza privata del 1849; acquisto comunale; donazione al papa il 2 gennaio 1851; destinazione immediata alle raccolte vaticane. Lo schema è quello tipico dello Stato della Chiesa per i capolavori.
In questo schema Filippo Bennicelli è il contraente che, pur anche a malincuore, rinuncia ad una proprietà prestigiosa fortemente vincolata, rimarcando la propria riconosciuta devozione al Papa, garantendo al ciclo un destino unitario invece della spezzatura.
9. Che cosa Bennicelli non poteva fare — e che cosa fece
L’Editto Pacca non toglieva a Filippo Bennicelli automaticamente la proprietà della quota trovata sul suo fondo. I scomparti sotto la sua casa non erano «già dello Stato».
Filippo Bennicelli, al contempo, non poteva tenerli, staccarli o venderli a piacere. Doveva dichiararli, accettare il controllo, subire la prelazione, rinunciare all’esportazione.
Un rifiuto frontale, su un ciclo già illustrato e discusso nel 1849-50, sarebbe stato politicamente micidiale nello Stato della Chiesa appena restaurato.
Quello che avvenne sta in questo intervallo. Filippo Bennicelli non si sottrasse alla denuncia. Non disperse i pannelli. Al contrario usò la propria influente posizione per far riprendere gli scavi con denaro pubblico quando il cantiere era fermo e gli affreschi all’aperto. Accettò, in detta prospettiva, l’acquisto comunale. Pose, come condizione di chiusura, che l’insieme andasse al Papa: non in una collezione privata, non spezzato tra Campidoglio e Palazzo Bennicelli, ma in un luogo da cui non sarebbe più uscito. Il 2 gennaio 1851 quella implicita condizione divenne atto.
Dopo il 1909 la risposta sarebbe stata più secca: proprietà statale dei rinvenimenti nel sottosuolo. Nel 1848-51 il regime era di maggior riguardo nei confronti del proprietario del fondo.
Proprietà privata possibile, già fortemente limitata per i capolavori. Bennicelli si mosse dentro quel regime senza farlo saltare, e ne trasse l’unico esito che, con merito per i posteri, teneva insieme il ciclo.
10. Il valore, oggi
Non esiste un prezzo di mercato, inestimabile. Gli affreschi sono beni inalienabili delle raccolte vaticane. Il loro valore sta altrove: sono uno dei pochissimi cicli di pittura paesaggistica tardo-repubblicana, con una fedeltà rara al testo omerico e con una concezione dello spazio che anticipa, per via tutta antica, la pittura di paesaggio moderna. I ritocchi di Ciuli restano un problema filologico; non cancellano il fatto che, senza lo stacco del 1849-50 perorato da Filippo Bennicelli e senza l’accordo che portò i pannelli in Vaticano, oggi parleremmo di un fregio perduto sotto via Cavour.
La donazione del 2 gennaio 1851, letta così, smette di essere «misteriosa ragione» e torna quello che fu: la clausola politica di un proprietario che aveva titolo sulla parte maggiore del ciclo, e che accettò di cederlo soltanto se il Comune lo avesse consegnato al pontefice. Non è agiografia.
È il modo più aderente ai fatti per dire chi tenne insieme gli otto pannelli quando Roma, tra Repubblica e Restaurazione, poteva altrettanto facilmente perderli.
Fonti
- Musei Vaticani, scheda «Ciclo con scene dell’Odissea da via Graziosa»: rinvenimento 7 aprile 1848, donazione a Pio IX 2 gennaio 1851, otto riquadri riuniti in quattro quadri, datazione anteriore al 46 a.C.
- The Museum of Classical Antiquities, vol. II: resoconto contemporaneo dello scavo; muro dalla Casa del Comune alla casa di Filippo Bennicelli; licenza ministeriale dell’ottobre 1849 per il tratto privato.
- Pietro Matranga, La città di Lamo…, Roma 1852: prima monografia, con appendice sul sito dello scavo.
- Anna Gallina, Le pitture con paesaggi dell’Odissea dall’Esquilino, Studi Miscellanei 6, 1964.
- Ralf Biering, Die Odysseefresken vom Esquilin, 1995; Filippo Coarelli, The Odyssey frescos of the Via Graziosa, PBSR 66, 1998.
- Editto Pacca 7 aprile 1820 e giurisprudenza successiva (fino alla Corte d’appello di Roma, 21 aprile 1876) sul titolo del proprietario del fondo.
- Biografie dei consiglieri comunali di Roma, voce Filippo Bennicelli (n. 1813).
Diritti e licenze
Il testo di questa ricostruzione è originale. Le fonti sono citate in forma breve (schede museali, resoconti di scavo, monografie, norme). Non si riproducono brani sostanziali di opere protette: si riassumono i fatti.
Gli affreschi antichi (metà del I secolo a.C.) sono opera di autore ignoto deceduto da molti secoli: il dipinto in sé è in pubblico dominio. Diverso è il diritto sulle fotografie moderne. Per questo documento non si usano lastre ufficiali dei Musei Vaticani né scatti di siti o riviste privi di licenza libera.
Immagini impiegate, con la licenza che le rende lecite:
- Incisioni «Laestrygonians I» e «Laestrygonians II», 1851, Deutsches Archäologisches Institut — pubblico dominio (Wikimedia Commons).
- Cromolitografia «Odysseus bei den Laestrygonen» — pubblico dominio (Wikimedia Commons).
- «Odysseus among the Shades», foto Sansaini, Encyclopædia Britannica 11ª ed. (1911) — pubblico dominio.
- Fotografie dei quadri in cornice nella Sala delle Nozze Aldobrandini: MumblerJamie, 2017, licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0), via Wikimedia Commons / Flickr. Autore da citare: MumblerJamie. Testo della licenza: https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0/
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Questa edizione non sostituisce la visione diretta dei quattro quadri in Vaticano e non è una pubblicazione ufficiale dei Musei Vaticani.

