Alfredo Bennicelli e la nascita incompiuta del carrismo italiano

1. Un pioniere
Nella storia militare italiana del Novecento ci sono uomini che cambiano il modo in cui un esercito dovrebbe pensare le battaglie. Il conte Alfredo Bennicelli appartiene a questo secondo gruppo. Ufficiale di artiglieria di complemento, meccanico per vocazione, agricoltore di grandi tenute, osservatore sul fronte occidentale, poi tenente colonnello, colonnello della riserva, generale di brigata, senatore del Regno e segretario pontificio per le Ambasciate, è ricordato dalla storiografia della specialità come il primo ufficiale italiano incaricato in modo organico di studiare il carro armato e, idealmente, come fondatore dei carristi.
La sua vicenda non è soltanto una biografia. È la storia di una lungimiranza che, tra il 1917 e i primi anni Venti, si scontrò con la cautela finanziaria, la gelosia dei corpi tradizionali e una cultura strategica ancora inchiodata alle Alpi e alla fanteria. Quel contrasto, documentato dalle cronache associative dei carristi e dalle voci sulla nascita della specialità, avrebbe pesato a lungo sulla motorizzazione dell’esercito.
Lo storico Mario Picone Chiodo, in “In nome della resa” (Milano, Mursia, 1987), lo scrisse senza giri di parole: l’unica persona che in Italia capì l’importanza del carro fu il conte Alfredo Bennicelli, responsabile dell’ufficio carri d’assalto presso il Commissariato per le armi e munizioni. Avrebbe voluto approfondire gli studi dopo il conflitto, ma fu dissuaso da un governo che temeva macchine così vistose come provocazione all’ordine sociale, e «neutralizzato del tutto» con la nomina a senatore nel 1934.
2. Una vocazione tecnica prima che militare
Alfredo Bennicelli nacque a Roma il 19 febbraio 1879, figlio primogenito del conte Achille e di Elisabetta Martinori. La scheda del Senato registra i fratelli Filippo, Riccardo e Maria Antonietta.
Apparteneva a una famiglia romana ricca e legata alla Corte pontificia, che servì senza interruzione sette papi, da Pio IX a Paolo VI.
Crebbe a Roma, studiò in un collegio di Firenze e proseguì all’Università di Agraria.
Imparò francese e inglese, lingue che gli sarebbero servite nelle missioni alleate. Sin da giovane si appassionò alla meccanica e alla meccanizzazione dell’agricoltura.
A diciotto anni ottenne l’autorizzazione a guidare automobili: la famiglia fu tra le prime in Italia a possederne una. A ventisei entrò in possesso della sua prima vettura, una Benz del 1905, che — come tutte le successive, e come orologi e altri meccanismi — riparava e metteva a punto da solo.
All’inizio del Novecento svolse il servizio di leva come sottotenente di complemento nel 13º Reggimento artiglieria da campagna a Roma. Era tradizione di famiglia: buona parte dei Bennicelli passava per una specialità dell’artiglieria. Non era un ufficiale di carriera nel senso stretto.
Congedato, si dedicò alla cura delle sue aziende agricole nel Lazio e in Umbria, oltre cinquemila ettari, migliorandone la conduzione e avviandone la meccanizzazione.
Sposò Rosanna dei marchesi Spinola. Dal matrimonio nacque Alberto.
Il pro-nipote Filippo, intervistato da La Stampa nel 2017, lo avrebbe ricordato come «un gigante che ci aiutava a riparare i nostri giocattoli», figura autorevole e insieme «dotata di una particolare dolcezza» con i bambini. L’immagine non è d’appendice: dice di un uomo capace di tenere insieme officina e famiglia.
Scheda anagrafica e istituzionale
| Voce | Dato |
|---|---|
| Nascita / morte | Roma, 19 febbraio 1879 – Roma, 30 maggio 1960 |
| Genitori | Achille Bennicelli ed Elisabetta Martinori |
| Fratelli | Filippo; Maria Antonietta; Riccardo, caduto a Tolmino nel 1917 |
| Coniuge e figlio | Rosanna dei marchesi Spinola; Alberto Bennicelli Bonini |
| Residenza senatoriale | Via di Villa Albani 14-16, Roma |
| Grado | Da sottotenente di complemento a generale di brigata della riserva (1940) |
| Cariche civili | Industriale-agricoltore; presidente della Cattedra ambulante di agricoltura di Perugia; senatore dal 23 gennaio 1934; dal 1950 segretario pontificio per le Ambasciate |
| Tenute | Oltre 5.000 ettari nel Lazio e in Umbria |
3. Requisizioni, Fiat e il preludio del carro
Con l’entrata in guerra dell’Italia, il 24 maggio 1915, fu richiamato e assegnato all’ufficio di requisizione degli automezzi da destinare all’impiego militare. Dapprima ebbe autorità sulle province di Roma, Terni e Perugia; poi anche su Piemonte, Lombardia e Veneto. Si fece notare per la competenza meccanica e fu destinato alla Fiat di Torino, dove organizzò riparazione e conversione dei mezzi danneggiati e sorvegliò la costruzione di auto e autocarri a caratteristiche militari.
Seguì, in particolare, la messa a punto dei veicoli per il traino dell’artiglieria pesante: Fiat 20B, Fiat 30, Pavesi-Tolotti A e B, con attenzione all’uso su strade di montagna, proprie del fronte italiano. Il lavoro non si limitò al reperimento.
Formò «autieri esperti» e raccolse dai reparti e dai depositi le modifiche da introdurre in produzione. Le visite al fronte furono intense e continue. Questo impegno gli fruttò la promozione a capitano.
Quel passaggio a Torino è il vero preludio del carrismo italiano. Bennicelli imparò a ragionare in termini di motori, logistica, usura e industria, non solo di tattiche da manuale. Quando il Ministero della Guerra decise di indagare l’arma nuova comparsa sul fronte occidentale, aveva già l’uomo adatto.

4. Nelle Fiandre: vedere il futuro nel fango
L’interesse italiano per i carri nacque tardi e con prudenza. I primi tank britannici Mark I comparvero sulla Somme il 15 settembre 1916.
Il Regio Esercito, secondo la ricostruzione consolidata nella voce dedicata al carrista e nella cronistoria di Maurizio Parri, si avvicinò al mezzo «con molta cautela»: costi enormi, addestramento specifico, assenza di specialisti di logistica e manutenzione, mancanza di una dottrina d’impiego e «una diffusa diffidenza circa le loro reali possibilità d’affermarsi sul campo di battaglia».
Con l’apparire in Francia e in Gran Bretagna delle prime macchine corazzate, il 2 gennaio 1917 il Ministero della Guerra rilasciò ad Alfredo Bennicelli un passaporto diplomatico per la Francia, dove si stavano costituendo i primi nuclei di carri. L’incarico venne direttamente dal ministro, tenente generale Vittorio Italico Zupelli. Bennicelli scrisse nei rapporti che l’adozione di quelle «formidabili macchine» avrebbe potuto aiutare a superare l’immobilismo del fronte occidentale.
Tramite il generale Alfredo Dallolio, a capo della commissione franco-italiana, visitò gli stabilimenti Schneider, il Gran Quartier Général di Bragance e il centro di formazione di Marly.
Incontrò i generali francesi Estienne e Dupont per trattare la cessione di un carro Schneider al Regio Esercito. Fra intoppi e ostacoli, e grazie all’impegno personale dell’ambasciatore a Parigi, marchese Salvago Raggi, riuscì a esaminare i tank francesi e britannici schierati sul fronte di Ypres.
La memoria familiare fissa un episodio che le sintesi aperte formulano in modo diverso: il 17 agosto 1917, primo e a quanto si sa unico italiano, partecipò a un attacco a fuoco a Poperinge, pilotando personalmente un Renault FT.
In quell’occasione Bennicelli provò più volte i carri francesi in combattimento e si convinse che il tank più adatto al Regio Esercito sarebbe stato lo Schneider.
La voce enciclopedica sposta l’attacco britannico al 9 agosto 1917 e colloca l’ammirazione per lo Schneider in una successiva partecipazione francese sulla Somme.
Le due versioni vanno tenute distinte: la cronologia della memoria è coerente con il passaporto del gennaio 1917 e con un’azione nelle Fiandre nell’estate; l’attribuzione alla Somme, ripetuta anche da La Stampa nel 2017, è incompatibile con il debutto dei carri su quel fiume, avvenuto nel settembre 1916, prima della sua missione.
Studiò anche un A7V tedesco catturato e non ne restò impressionato.

Dalla missione ottenne un risultato concreto e raro: uno Schneider, matricola 212, trasferito in Italia per le valutazioni. Le prove, a Tricesimo, diedero esito positivo: i cingoli funzionavano anche sul terreno italiano, almeno in linea di principio. L’Italia chiese allora altri mezzi. La relazione inoltrata indusse Dallolio a ordinare alla Francia 100 Renault FT e 20 Schneider CA1.

Diplomazia dei mezzi
Il 10 ottobre 1917 gli fu rilasciato un nuovo passaporto diplomatico. Con l’ingegnere tenente Pasqualini tornò in Francia per trattare la fornitura, o in subordine la produzione su licenza. Visitarono fabbriche d’armamento e campi prova di Renault e Peugeot, annotando pregi e difetti. In questa missione Bennicelli fu promosso maggiore e approfondì le entrature negli eserciti francese e britannico, fra industriali, tecnici, politici e uomini di Stato.
La situazione militare degli alleati non era brillante: tedeschi e austro-ungarici avanzavano, e Francia e Gran Bretagna negarono le forniture all’Italia per riservarle ai propri eserciti. Con una mediazione ostinata, e nonostante la resistenza francese, ottenne comunque quattro Renault FT, da valutare in Italia in vista di una produzione nazionale.
La Stampa, nel 2017, riassume l’esito con una formula secca: su una richiesta dell’ordine di oltre un centinaio di carri — la memoria parla di cento FT e venti Schneider — i «cugini d’oltralpe» furono «avarissimi».
Giunse, nel frattempo, a Bennicelli la notizia che il fratello Riccardo, capitano di artiglieria decorato di tre medaglie d’argento al valor militare, sul fronte del Tolmino, era stato ucciso da un cecchino durante una ricognizione, a due giorni dalla grande offensiva austro-ungarica di Caporetto.
Per Alfredo la perdita fu un dolore terribile. Anni dopo fece costruire a sue spese, nella tenuta di Solfagnano in Umbria, una scuola elementare intitolata al fratello. In una fotografia delle prove del Fiat 2000, di seguito mostrata, compare con la fascia di lutto al braccio.
Il punto va tenuto fermo. Bennicelli non inventò il carro italiano in laboratorio: lo vide in guerra, ne misurò i limiti, capì che l’Italia non poteva dipendere dagli alleati e spinse l’industria nazionale a produrre in proprio. Alla fine del 1918, secondo Parri, sul suolo italiano c’erano in tutto sette carri: due Fiat 2000, uno Schneider e quattro Renault FT. Era il patrimonio minimo da cui sarebbe dovuto partire un esercito moderno. Non partì.
Churchill, la Legion d’onore, i Mark IV
Il 28 luglio 1918 un telegramma del ministro Zupelli al generale Nicolis di Robilant, capo della delegazione italiana a Versailles, informava che l’Italia era disposta a produrre l’FT anche per l’alleato francese. In cambio, per richiesta diretta del generale Armando Diaz al generalissimo Foch, si chiedeva l’immediata fornitura di «almeno» venticinque tank per le imminenti offensive a sorpresa sul fronte italiano, e alcuni Schneider medi modificati.
La missione continuò con incontri ad alto livello. Il 15 agosto, all’hotel Ritz di Parigi, Bennicelli vide Winston Churchill, allora ministro britannico delle Munizioni, dopo che nel luglio 1917 aveva assunto quel dicastero e dopo aver sostenuto il Landships Committee da cui erano nati i primi tank.
Il telegramma d’archivio, qui riprodotto, è un invito a cena alle ore 20.

In settembre il Ministero per gli Armamenti francese dispose la nomina del maggiore a cavaliere della Legion d’onore e la concessione della Croix de guerre con palme, per il coraggio dimostrato al fronte alla guida di carri e per l’impegno a difendere in Italia l’uso dei tank.
In ottobre Churchill valutò personalmente la possibilità di fornire all’Italia cinquanta Mark IV e di inviare al più presto personale italiano in Francia per istruirsi.
A queste onorificenze alleate la memoria aggiunge la Croix de guerre belga, la Distinguished Service Cross britannica e una citazione all’ordine dell’armata francese firmata da Pétain.
5. Due idee di carro, una sola industria

5.1 Il Fiat 2000: fortezza mobile e vicolo cieco
L’Italia aveva avviato gli studi nel 1916, quando nel paese si ignoravano ancora i progetti francesi e britannici. Tra il 1916 e il 1918 la Fiat, su un impulso già aperto da un contratto del 1915 e con il contributo progettuale di Giulio Cesare Cappa e Carlo Cavalli, realizzò il primo carro pesante interamente italiano.
Il prototipo fu presentato alle autorità il 21 giugno 1917: la meccanica era definitiva, corazza e armamento vennero dopo, insieme alle prove presso Torino. Ne furono costruiti due soli esemplari, uno nel 1917 e uno nel 1918.
Nell’aprile 1918 il maggiore Bennicelli fu inviato a Treviso, sul Campo Esperienze Z, per assistere ai primi collaudi e per una relazione tecnica fondata su quanto aveva visto in Francia.
Scriveva che il grande tank era stato pensato per «costruire una macchina blindata con trasmissione a cingoli, potentemente armata e blindata, che potesse con facilità manovrare sui terreni pietrosi del Carso, quale base di numerosa squadriglia di altre macchine, più leggere e rapide». Elogiava la struttura meccanica, l’armamento e la blindatura realizzata dall’Ansaldo di Genova-Sampierdarena, la capacità di attraversare fiumi, abbattere ostacoli e superare trincee.
Dall’altra parte indicava i problemi aperti: mitragliatrici da montare su supporti sferici; un solo portello di uscita per l’equipaggio; impossibilità di usare il cannone con un forte angolo di depressione, dunque inutilizzabile nello scontro ravvicinato; dimensioni che impedivano il trasporto ferroviario senza smontare il carro in due parti; blindature, armi di bordo e linee di tiro non ancora collaudate, per stessa ammissione della Fiat.
Suggerì cariche di lancio ridotte per il cannone da 65 mm. Nelle discussioni sull’armamento spinse anche per un pezzo da 75/76 mm in torretta; prevalse il 65/17 da montagna.
Per l’epoca non era un mezzo rozzo. Era un colosso di circa 40 tonnellate — le schede tecniche parlano di 38,78 t, lungo 7,40 m, largo 3,20, alto 3,80 — con corazza da 15-20 mm, motore aeronautico Fiat A12 a sei cilindri di circa 250 CV (alcune cronache associative dicono per errore 600), velocità sui 6-7,5 km/h, equipaggio di 8-10 uomini, cannone o obice da 65/17 in torretta girevole e una corona di mitragliatrici Fiat-Revelli.
La Tank Encyclopedia lo descrive come un pesante ben concepito, con vano motore distinto dal compartimento di combattimento e una torretta apicale che anticipava soluzioni destinate a diventare canoniche.


Il destino operativo confermò i dubbi sulla mobilità.
Su suggerimento di Bennicelli, il solo superiore che lo seguì — il generale Zupelli — si adoperò con il ministro delle Colonie. L’assenso arrivò: due Renault FT e uno dei due Fiat 2000 partirono per Tripoli. I mezzi giunsero nel febbraio 1919. Gli esperimenti libici furono interessanti.
I tank si spostavano su terreni sabbiosi e pietrosi, ma erano eccessivamente lenti: la lentezza era già stata segnalata da Bennicelli, che aveva fatto studiare carri capaci di una velocità doppia e di un armamento più potente.
L’effetto psicologico contro la guerriglia fu forte; la capacità di inseguire formazioni rapide nel deserto, no. Le tracce dell’esemplare africano si persero. Il secondo restò in Italia per le dimostrazioni, fu modificato nel 1934 con cannoncini Vickers-Terni 37/40 al posto di due mitragliatrici anteriori, esibito il 3 settembre 1934 al Campo Dux ai Parioli, finì come monumento nella caserma Corrado Mazzoni di Bologna, sede del 3º Reggimento fanteria corazzato, ed è attestato ancora nel 1936. Fu poi smantellato. Nessun Fiat 2000 originale sopravvive.
5.2 Il Renault FT e la via del carro leggero
Consapevoli che il 2000 era troppo lento e ingombrante, progettisti e comandi si orientarono sul Renault. Per accrescere l’interesse di forze armate, politica, industria e stampa, Bennicelli organizzò in breve una dimostrazione. Il 2 agosto, come riporta la Tank Encyclopedia, i quattro Renault FT giunti, entro maggio, erano pronti per il comando.
Sostanza dell’esibizione, sugli spalti delle antiche mura di Piacenza: sotto la guida di Bennicelli un FT superò forti dislivelli e trincee, un fossato largo 5 metri e profondo 2, cumuli di sabbia e grandi massi, un’automobile, e valicò un argine di 4,5 metri.
L’esibizione convinse. La Commissione Armi e Munizioni emise un ordine di 1.400 Renault FT da prodursi in Italia. La sera stessa, munito delle credenziali, partì per Parigi con l’ordine di trattare la licenza.
Il 25 settembre Fiat e Ansaldo gli comunicarono di aver organizzato la prossima produzione di 400 carri d’assalto, modificati secondo le sue indicazioni per superare corsi d’acqua profondi 1,20 metri.
In ottobre preparò un bilancio preventivo per 1.400 carri, suddivisi in lotti tra costruttori e da consegnare nei primi sei mesi del 1919. Con essi: 60 carri radio («carri d’assalto con telegrafo senza fili»), 150 rimorchi per il trasporto su strada, 100 autocarri da 7 tonnellate, cannoncini da 37 mm, mitragliatrici e il tipo di proiettili necessari.
Nello stesso 1918 preparò lo studio tecnico Artiglieria e carri blindati cingolati, che prevedeva la trasformazione degli FT in semoventi per cannoni da 75 e 105 mm, con la sola asportazione della torretta e di poche altre parti.
Uno di questi semoventi fu realizzato, subito dopo la fine del conflitto, dall’Ansaldo di Genova. Sarebbe comparso allo Stadio Nazionale.
Nacque comunque il Fiat 3000, primo carro italiano di serie: circa 150 esemplari tra il Modello 21, a mitragliatrici, e il Modello 30, con cannone da 37/40, più veloce dell’FT grazie a un motore Fiat da 50 CV e a soluzioni nazionali.
Entrò in servizio nel 1921-22 e restò in linea, incredibilmente, fino al 1943.
Fu la spina dorsale dei primi battaglioni. Combatté in Libia a Giarabub nel 1926, in Etiopia e, ormai obsoleto, sul fronte greco-albanese e in Sicilia, dove alcuni esemplari furono usati come fortini fissi.
Era il massimo che l’Italia avesse saputo derivare dalla spinta del 1917-18. Non era ancora una forza corazzata autonoma.
Confronto sintetico
| Voce | Fiat 2000 | Fiat 3000 |
|---|---|---|
| Anni ed esemplari | 1917-1918, 2 esemplari | 1921-1930 circa, circa 150 |
| Peso | circa 40 t (38,78 t in scheda) | circa 5,5-6 t |
| Motore | Fiat A12, circa 250 CV | Fiat 4 cilindri, 50-63 CV |
| Velocità | 6-7,5 km/h | fino a circa 21 km/h |
| Armamento | 65/17 in torretta e 7 mitragliatrici | 2 mitr. 6,5 (Mod. 21) o 37/40 (Mod. 30) |
| Ruolo pensato | Fortezza mobile, base di una squadriglia leggera | Carro d’assalto leggero di serie |
| Destino | Libia, parate, monumento, smantellato | Libia, Etiopia, Grecia, Sicilia 1943 |
6. La fine della guerra e il bilancio del 27 dicembre
La grande offensiva italiana e alleata sul Piave, e la capitolazione delle armate austro-ungariche, chiusero la guerra sul fronte italiano.
Di lì a poco capitolò anche l’Impero germanico. Nel giro di pochi giorni, per disposizione del rettore del Commissariato Armi e Munizioni, S.E. Conti, la costruzione dei 1.400 carri fu sospesa.
Proprio il 27 dicembre 1918 Bennicelli scrisse ai superiori per fare il punto, e per non disperdere esperienze, progetti e il denaro già speso dallo Stato e dalle aziende per avviare la produzione. Suggeriva di raggruppare materiali approvvigionati, motori, armamenti e componenti in un unico arsenale militare, così da completare almeno i tank realizzabili.
L’auspicio era che le autorità seguissero l’esempio degli alleati, i quali, finito il conflitto, continuavano a sviluppare l’arma corazzata.
Buona parte degli alti gradi non credeva — sbagliando, come la seconda guerra mondiale avrebbe mostrato— nell’impiego dei tank sui fronti italiani.
La smobilitazione dell’esercito e del colossale apparato industriale era considerata prioritaria. Quasi nessuno lo ascoltò.
7. L’apoteosi del 1919, e il congedo
La testardaggine fece il resto. Organizzò un ultimo colpo di teatro a beneficio della Croce Rossa Italiana. Il 5 aprile 1919, allo Stadio Nazionale di Roma, presenti il re, il principe ereditario, l’intera famiglia reale, i vertici politici e militari, la stampa e un pubblico numerosissimo, scesero in campo un FT con mitragliatrice, il semovente da 105 mm, il Fiat 2000 da 40 tonnellate, due autoblindo Ansaldo e un camion da montagna Itala. Lo Schneider restò fuori scena. Uno degli FT era condotto da Bennicelli, che restò ferito in modo lieve da un palo entrato nell’abitacolo attraverso un portellino lasciato aperto, mentre il carro scavalcava e demoliva un vecchio omnibus a trazione animale.
Carri e autoblindo eseguirono evoluzioni, arrampicate, superamento di fossati, trincee e reticolati. Al termine, tra le grida del pubblico, tutti i mezzi abbandonarono lo stadio attraverso una breccia aperta dal Fiat 2000 nel muro di cinta. Le sue parole: «Lo spettacolo, che consisteva nel mostrare che cosa fossero i carri d’assalto e che cosa potessero compiere contro qualsiasi ostacolo, riuscì benissimo, perché l’incasso per la Croce Rossa fu molto ingente, il pubblico si divertì assai e perché molti, ancora increduli, dovettero convincersi che quelle potenti macchine avevano in sé possibilità di impiego superiori al previsto».

A seguito della manifestazione fu promosso tenente colonnello e decorato con la medaglia d’argento della Croce Rossa Italiana. La sera del 7 maggio 1919 gli ufficiali dei carri d’assalto festeggiarono il comandante neopromosso. Il tenente Faustini pronunciò il discorso di omaggio a chi per primo aveva compreso l’importanza dell’arma, e chiuse con un brindisi e con la frase «Evviva i Tankisti Italiani!».
Nel corso del 1919 partecipò a esperienze e valutazioni del Fiat 2000 e di un’autoblindo non meglio specificata, destinata alla riconquista della Libia.
Ad agosto fu di nuovo distaccato presso la Fiat, a proseguire il lavoro interrotto nel 1917. La Grande Guerra, anche vinta, lasciò l’Italia in condizioni economiche e sociali precarie.
La crisi limitò lo sviluppo dei tank; l’avversione di parte degli alti gradi e della politica si rafforzò. Bennicelli restò solo e inascoltato. Fu congedato nel 1920 e tornò alla vita civile, continuando però come consulente Fiat nel campo dei carri.
8. Il muro del dopoguerra: perché non fu ascoltato
Finita la guerra, l’interesse per i mezzi corazzati andava via via scemando. Lo spettacolo del 5 aprile non bastò a trasformare l’intuizione in programma. Le fonti sulla nascita dei carristi — in particolare Parri e la sintesi sulla specialità — permettono di isolare tre ragioni strutturali, non riducibili a un singolo nemico personale.
La gelosia di bilancio dei corpi tradizionali
Un’arma nuova sottrae stanziamenti a fanteria, artiglieria e, soprattutto, a una cavalleria gelosa del proprio primato di manovra. Introdurre il carro significava ammettere che il cavallo e il fante appiedato non erano più il centro della guerra. Nessun corpo era disposto a pagare per un’incognita ancora tutta da valutare.
Il dogma della guerra alpina
Lo Stato Maggiore restava ancorato all’idea che la difesa d’Italia si giocasse sulle vette. Un cingolato da 40 tonnellate sembrava un assurdo sulle rocce. Si sottovalutava ciò che Bennicelli aveva visto in Fiandra e tentato di mostrare a Piacenza e a Roma: i carri leggeri potevano operare in valli, pianure e teatri coloniali, e la guerra futura non sarebbe stata solo una replica del Carso. La relazione dell’aprile 1918 lo diceva già: il pesante come base, la squadriglia leggera come strumento.
L’assenza di cultura tecnica e di dottrina
Mancavano specialisti, officine campali, scuole, regolamenti. I comandi, scrive la tradizione carrista, mancavano di una precisa idea di come impiegare i carri in combattimento. In Francia e in Gran Bretagna si cominciava a ragionare di masse corazzate autonome; in Italia il mezzo fu via via relegato a supporto della fanteria.
Va detto con onestà storiografica: non tutte le riserve dei vertici erano pretestuose.
Il Fiat 2000 era troppo lento per molti teatri; l’Italia aveva un problema orografico reale; il bilancio del dopoguerra era asfittico.
La miopia non sta nell’aver rifiutato il 2000 come carro di serie.
Sta nell’aver tratto da quel rifiuto la conclusione sbagliata: che il carro in quanto tale fosse un lusso, un accessorio, una curiosità da parata.
Bennicelli chiedeva altro. Chiedeva produzione di massa del tipo leggero, studio di un mezzo di rottura nazionale, scuole, cooperazione interarmi, autonomia industriale rispetto alla Francia. Ottenne frammenti. Non una dottrina.
Negli anni Trenta la scelta si sarebbe concretizzata nella predilezione per i carri ultraleggeri della serie L, i «carri veloci» da tre tonnellate, a scapito di una linea credibile di medi e pesanti. Non è un capriccio di Bennicelli inascoltato in isolato: è l’esito di un ritardo culturale e industriale che lui aveva denunciato per primo.
9. L’ultima creatura: il Fiat 3000, poi l’agricoltura
Nel 1923 il comandante della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, Italo Balbo, cercò di coinvolgerlo — sfruttandone conoscenze e relazioni — per creare una dotazione di tank per la nuova arma, nata per volere di Mussolini il 1º febbraio di quell’anno. Il tentativo non ebbe successo.
Sempre nel 1923, benché in congedo, fu chiamato dal direttore superiore delle costruzioni di artiglieria, generale A. Torretta, il 23 aprile, a far parte della commissione incaricata delle esperienze sul prototipo del Fiat 3000.
Ebbe la soddisfazione di veder nascere la sua creatura, evoluzione dei Renault, che raggruppava molte delle idee propugnate anni prima. Collaborò anche allo sviluppo del carro a ruote Ansaldo mod. 28, che non andò oltre il prototipo.
Dal 1924 non si occupò più di tank e tornò alle tenute umbre. Nello stesso anno aderì al Partito nazionale fascista.
Nel 1933 assunse incarichi presso l’Università di Agraria di Perugia; la scheda del Senato precisa la carica di presidente della Cattedra ambulante di agricoltura di Perugia.
Il 26 ottobre 1933 il prefetto di Perugia lo propose senatore, nella categoria dei grandi contribuenti. Vittorio Emanuele III lo nominò il 23 gennaio 1934; convalida il 2 maggio, giuramento il 3 maggio.
Con la famiglia reale aveva rapporti di consuetudine familiare. In Senato sedette nella Commissione Agricoltura, dal 17 aprile 1939 al 14 aprile 1941, e poi nella Commissione dell’economia corporativa e dell’autarchia, fino al 5 agosto 1943. Fu anche segretario del Senato dal 15 aprile 1939.
Il 1º ottobre 1927 era intanto nato il Reggimento carri armati, con sede al forte Tiburtino, primo contenitore organico della specialità. Era un riconoscimento tardivo, e ancora su scala ridotta. Bennicelli non ne fu il comandante: ne era stato, anni prima, la ragione tecnica.
Nominato colonnello della riserva, nel 1935 partecipò alle grandi manovre in Alto Adige presso la Divisione motorizzata Trento. Al termine scrisse una relazione critica e severa sull’insufficiente motorizzazione delle forze armate. Le osservazioni furono drammaticamente confermate nella Seconda guerra mondiale.
10. La fattura arrivò in Africa
La Seconda guerra mondiale non punì Bennicelli. Punì i carristi, che si batterono con innegabile eroismo. Quando l’Italia entrò in guerra, il 10 giugno 1940, la massa dei mezzi era ancora fatta di leggeri obsoleti, con pochi medi appena nati e inferiori, per cannone e corazza, ai Cruiser e ai Matilda britannici.
I Fiat 3000, concepiti sull’onda delle dimostrazioni del 1918, combattevano ancora nel 1943. In Sicilia alcuni furono interrati e usati come bunker. È l’immagine più crudele del ritardo: il frutto tardivo della lungimiranza del 1917 impiegato come caposaldo immobile contro uno sbarco anfibio.
La tragicità del divario di mezzi militari ed al contempo l’eroismo dei primi carristi italiani è ben sintetizzato da quello che non a caso sarà l’ultimo messaggio, durante la seconda battaglia di El Alamein, della 132ª Divisione corazzata Ariete, citato nelle memorie di Erwin Rommel: «Carri armati nemici fatta irruzione a sud Divisione Ariete. Con ciò Ariete accerchiata. Trovasi circa 5 chilometri nord-ovest Bir el Abd. Carri Ariete combattono!».
Le cronache della specialità e la memorialistica sul Nordafrica insistono su un punto che non è retorica: il valore individuale dei carristi italiani fu spesso superiore ai mezzi che avevano sotto i cingoli.
Il motto «Ferrea mole, ferreo cuore» — poi titolo anche di studi anglosassoni sull’arma corazzata italiana — sta esattamente in questo scarto: l’acciaio mancò, il cuore no.
Attribuire tutto quello scarto a un singolo ostracismo verso Alfredo Bennicelli non sarebbe corretto.
Attribuirgli il merito di aver visto il problema vent’anni prima, e alle istituzioni il peso di non averlo affrontato, è coerente ai fatti.
Nel 1940, richiamato nella riserva come generale di brigata, ottenne un incarico non operativo a Roma. Fu anche assegnato al comitato di redazione della storia dell’automobilismo militare, sezione carri armati: il comitato non si riunì mai. Come senatore lavorò nelle commissioni di agricoltura e di economia di guerra.
11. L’uomo dietro il generale
Durante la guerra cominciò ad allontanarsi dal fascismo per i contrasti con il segretario del partito, Achille Starace.
Per dimostrare il disaccordo non accettò, tra l’altro, il divieto di esibire nelle cerimonie ufficiali le decorazioni di paesi stranieri: francesi, britanniche, belghe.
Dopo la caduta del fascismo, al contempo, fu emarginato dal governo Badoglio per il passato fascista.
Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 si ritirò nelle residenze di campagna vicino a Perugia, ed a Solfagnano fu arrestato dai tedeschi in quanto monarchico e per non aver aderito alla Repubblica sociale.
Restò ostaggio e fu incarcerato per diversi mesi nel braccio dei detenuti politici di Regina Coeli.
Di lì, per intercessione di Pio XII, di cui era amico sin dall’infanzia, e del Maresciallo Graziani, con il quale il nipote Francesco Bennicelli era in rapporti molto cordiali, fu liberato, sfuggendo a persecuzioni peggiori.
Nel 1944 fu comunque deferito all’Alta corte di giustizia per le sanzioni contro il fascismo, nel gruppo di imputazione dei senatori ritenuti responsabili di aver mantenuto il fascismo e resa possibile la guerra.
L’istanza di decadenza fu rigettata il 21 ottobre 1944: assolto, nella formula della memoria, da tutte le accuse.
Terminata la guerra e caduta la monarchia, nel 1950 Pio XII lo nominò segretario per le Ambasciate in Vaticano, terza carica civile per importanza nell’allora Corte pontificia.
Sino alla morte, avvenuta a Roma il 30 maggio 1960, si dedicò a quell’incarico e alle terre umbre.

L’ufficio toccava le missioni straniere. Il 13 aprile 1951 la principessa Elisabetta e il duca di Edimburgo furono ricevuti in udienza privata da Pio XII; il giorno dopo il seguito e la Corte posarono con le Guardie svizzere.

In piazza San Pietro lo si riconosce subito, perché è il solo dignitario in cappa e spada che guarda in macchina, al centro del corteo, davanti alla sedia gestatoria. Stessa cappa, stesso merletto bianco, stessa fronte alta delle altre due lastre. Intorno, Guardie svizzere, Guardia nobile e la folla; il papa benedice dal trono.

Onorificenze, come risultano dalla memoria
| Onorificenza | Anno o nota |
|---|---|
| Croce di guerra al valor militare | Italia |
| Medaglia d’argento della Croce Rossa Italiana | 1919, dopo lo Stadio Nazionale |
| Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia | 1917 |
| Ufficiale della Corona d’Italia | 1922 |
| Commendatore della Corona d’Italia | 1925 |
| Grande ufficiale della Corona d’Italia | 1931 |
| Gran Cordone della Corona d’Italia | data non indicata nella memoria |
| Cavaliere dei Santi Maurizio e Lazzaro | 1918 |
| Ufficiale dei Santi Maurizio e Lazzaro | 1939 |
| Commendatore dei Santi Maurizio e Lazzaro | 1940 |
| Cavaliere della Legion d’onore e Croix de guerre con palme | Francia, settembre 1918 |
| Citazione all’ordine dell’armata, firmata da Pétain | Francia |
| Croix de guerre | Belgio |
| Distinguished Service Cross | Gran Bretagna |
| Due promozioni per meriti eccezionali | A maggiore e a tenente colonnello |
12. Cosa resta
Oggi il ricordo di Bennicelli e della sua lungimiranza vive soprattutto nella memoria dell’Associazione Nazionale Carristi d’Italia e degli appassionati di storia militare.
Va menzionato, in tal senso, il lavoro di chi, a partire dal 2017, ha ricostruito, con grande capacità, una replica funzionante del Fiat 2000 da fotografie d’epoca, pochi disegni e un modello in scala.
Il progetto, apprezzatissimo dalla famiglia Bennicelli nella memoria dell’illustre famigliare, ha riportato materialmente in vita un mezzo di cui non restava lo scafo.
Non restituisce, da solo, la lezione politica e militare della vicenda, ma ne rappresenta la pionieristica intuizione.
La costruzione materiale, avviata a fine novembre 2018, ha usato un motore a benzina, un cannone da 65 mm inerte donato dal Museo della Guerra di Rovereto, e il lavoro di modellazione di Mario Italiani.
Una degna replica dell’originale.

Alfredo Bennicelli vide nel fango delle Fiandre ciò che gran parte dello Stato Maggiore italiano avrebbe accettato solo dopo averlo pagato in vite umane: che la guerra moderna sarebbe stata motorizzata, che i corazzati non potevano restare un accessorio della fanteria, e che un paese senza una propria industria del carro sarebbe rimasto arretrato sul campo di battaglia.
Ottenne uno Schneider, quattro Renault, due giganti Fiat mai prodotti in serie, un ordine di 1.400 carri tagliato il giorno dopo la vittoria, un semovente da 105, una commissione, alcune parate, la nascita ideale del Fiat 3000, un reggimento nel 1927.
Non ottenne una dottrina. La sua sconfitta non fu personale. Fu il sintomo di un esercito che, uscita la Grande Guerra, preferì interpretare la vittoria come conferma dell’ordine esistente invece che come obbligo di cambiare arma.
Quando i carristi italiani, anni dopo, andarono in linea ripetendo «Ferrea mole, ferreo cuore», onoravano anche — senza saperlo sempre — il capitano che per primo aveva chiesto la mole, e a cui era stato lasciato soprattutto il cuore.
13. Fonti e percorsi di verifica
Le affermazioni riposano sulla memoria familiare, sul saggio illustrato e sulle carte e sugli studi qui sotto.
Resta aperto un lavoro d’archivio sulle relazioni originali di Bennicelli a Dallolio e sugli atti della Commissione armi e munizioni del 1918-23.
Il materiale fotografico famigliare non è riproducibile salvo previa autorizzazione.
Archivio e scritti di Alfredo Bennicelli
- Archivio Famiglia Bennicelli. Fotografie delle prove del Fiat 2000; telegramma di Winston Churchill del 1918; fotografie di Corte pontificia con il conte in abito di cameriere segreto di cappa e spada.
- Alfredo Bennicelli, Artiglierie su carri blindati a cingolo, 1918. Studio tecnico citato nel testo: trasformazione degli FT in semoventi da 75 e 105 mm.
- Alfredo Bennicelli, I primi tanks o carri armati, in Realtà, 1936.
- Alfredo Bennicelli, Cenni sui primi tanks o carri armati, Officine tipo-litografiche I.G.A.P., 1936.
- Alfredo Bennicelli, A Regina Coeli. Con i politici del terzo braccio, in proprio, 1945.
Sul conte e sulle origini della specialità
- Nicola Pignato, Nel centenario della nascita. Il conte Bennicelli, pioniere italiano dei carri armati.
- Nicola Pignato, Le origini del carrismo in Italia, Rivista Militare, anno C, n. 5, settembre-ottobre 1977, pp. 89-93.
- Pierfranco Malfettani, Alfredo Bennicelli, «padre nobile» dell’arma corazzata italiana, Storia Militare, n. 319, 2020.
- Filippo Cappellano e Pierfranco Malfettani, Carri armati per la Milizia?, Storia Militare, n. 359, 2023.
- Rodolfo Ballardini, Alfredo Bennicelli, il padre del carrismo italiano, Rivista Italiana Difesa, n. 3, marzo 2009, pp. 85-97.
- Filippo Cappellano e Nicola Pignato, Il carro armato e l’Esercito italiano nella Grande Guerra, Storia & Battaglie, n. 79, aprile 2008.
- Maurizio Parri, Storia dei carristi e del 32º Reggimento carri, edizione in proprio.
- Senato della Repubblica, scheda di Alfredo Bennicelli, https://notes9.senato.it/web/senregno.nsf/
- Andrea Cionci, La Stampa, 12 settembre 2017, e i servizi 2020-2022 sulla replica del Fiat 2000; testimonianza di Filippo Bennicelli.
- Associazione Nazionale Carristi d’Italia, memoria della specialità, motto, sostegno alle repliche.
Mezzi, industria, impiego
- Bruno Benvenuti, Il carro armato Fiat 2000 e le prime tanks italiane, Storia Militare, n. 12, 1994.
- Storia Militare, Carri armati nella Grande Guerra, n. 285, 2017.
- Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio storico, Gli autoveicoli da combattimento dell’Esercito italiano, vol. 1, Dalle origini fino al 1939, 2002.
- Lucio Ceva e Andrea Curami, La meccanizzazione dell’Esercito fino al 1943, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio storico.
- Alessandro Gionfrida, L’Italia e il coordinamento militare interalleato nella Prima guerra mondiale, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio storico.
- AA. VV., Fronte terra. Carri armati in servizio fra le due guerre, vol. 1, Edizioni Bizzarri, 1973.
- Ugo Barlozzetti e Alfredo Pirella, Mezzi dell’Esercito italiano 1935-1945, Editoriale Olimpia, 1986.
- Bruno Benvenuti, Cesare Falessi e Bruno Pafi, Storia dei mezzi corazzati, Fratelli Fabbri Editori, 1976.
- Bruno Pafi, Cesare Falessi e Giuseppe Fiore, Corazzati italiani 1939-45, D’Anna, Roma.
- P. E. Papò, Mezzi corazzati italiani. I primi quarant’anni, IBN Editore.
- Nico Sgarlato, I carri armati leggeri italiani dal 1919 al 1970, IBN Editore.
- Nicola Pignato, Motori!!! Le truppe corazzate italiane 1919-1943, GMT.
- Nicola Pignato, I mezzi blindo-corazzati italiani 1923-1943, Storia Militare.
- Vincenzo Meleca, I carri armati poco conosciuti del Regio Esercito, Tracce per la Meta Edizioni.
- Antonio Tallillo, Andrea Tallillo e Daniele Guglielmi, Carro Fiat 3000. Sviluppo, tecnica, impiego, Gruppo modellistico trentino di studio e ricerca storica.
- J. J. Timothy Sweet, Iron Arm. The Mechanization of Mussolini’s Army, 1920-40, Stackpole Military History Series.
- Tank Encyclopedia, schede Fiat 2000, Fiat 3000 e Renault FT in Italian Service.
- Mario Picone Chiodo, In nome della resa. L’Italia nella Seconda guerra mondiale (1940-1945), Mursia, 1987.
Le tavole di contesto — ufficio, Fiandre, Schneider, schema 1917-1927 — sono state create per corredare il saggio e non hanno pretesa di accuratezza.

