Vita dei Consiglieri della Provincia di Roma

Volere è potere — e sì che svolgendo le storie noi vi apprendiamo uomini, che dalle più umili fortune sorsero alla più alta condizione sociale senz’altro mezzo che quello di una potente volontà, sostenuta da una eletta intelligenza, da una vita onorata. — E di vero, venendo ai tempi nostri, anche le pagine scritte da quel distinto ingegno, che è Michele Lessona, ci rivelano cittadini, che volendo poterono, e la via si dischiusero a salire negli agi e negli onori, e all’ingegno unendo l’operosità onesta, l’attiva sollecitudine, al prosperamento intesero del loro patrimonio, al decoro e al bene della loro famiglia, e ad acquistarsi la universale estimazione, attraverso anco alle insidie ed alle malignità, che purtroppo in mezzo alla società umana il più spesso perseguono l’uomo, che con le sue virtù sa innalzarsi ad una migliore sfera sociale. — E se in queste nostre pubblicazioni noi prendemmo a ragionare la vita di quei cittadini, che compongono il Consiglio della Romana Provincia, e ci proponemmo circondarli della luce di una biografica memoria, fu appunto per presentarli nell’aspetto delle loro virtù, che valsero e valgono al buono ordinamento e alla feconda prosperità della provinciale amministrazione, e per trarne la forza dell’esempio nella generazione crescente, e sopratutto ci è di compiacenza grandissima presentare alcuno di quegli uomini, che sostenendo oggi quel distinto ufficio seppero anche da una modesta fortuna giungere sempre più a ricchezza o ad onore, e la propria famiglia situare in un sereno splendore sociale. E di questi è l’egregio Consigliere Provinciale Conte Filippo Bennicelli, di cui oggi esprimiamo in queste pagine la vita.
Nell’anno 1814 nasceva egli in Roma da onorata famiglia. Insin da fanciullo dimostrò un ingegno e una intelligenza rarissima, e crescendo negli anni si sentì inclinato alla vita commerciale. Di fatti fu vago di istruirsi nelle economiche ed amministrative discipline, e di per se stesso si diede ad applicarsi alle medesime, e tutto ponendo in opera la sua volontà, riuscì ad avviare le sue modeste fortune a prosperità e a grandezza, e desideroso di vedere un giorno sé medesimo e la propria famiglia in una bella posizione sociale, a ciò intese sempre di tutta lena, e alla sua volontà, alla sua onestà, alla sua energica operosità debbe se il voto del suo cuore, se la sua aspirazione vide compiuta. E per fermo seppe egli così avvantaggiare il suo patrimonio, che oggi è uno dei più ricchi proprietari, dei maggiori contribuenti di Roma e della provincia.
Dopo avere perduto una consorte carissima, che fu una gentildonna della famiglia Garettieri, e avendolo fatto padre della figliuola Giacinta, che oggi è una giovane ornata di ogni più bella virtù, disposavasi egli ad Emilia, figlia del generale Barbieri, che fu veramente un angiolo di bontà e di bellezza, la quale lo fece padre di più figliuoli.
Le virtù di quella donna, i pregi più eletti ond’era fornita, valsero a sostenere sempre meglio il di lei consorte nel giungere alla meta che si era prefissa, cioè d’innalzare non solo nella agiatezza la propria famiglia, ma di vederla onorata e accettevole in ogni grado della società. E quella sposa affettuosa, quella madre dei figli amorosissima sapeva circondarsi di una luce così bella e gentile, che era l’ammirazione di chiunque la conobbe, e riscuoteva la estimazione distinta in ogni classe sociale. Ma questa adorabile donna, che era il sorriso e la benedizione della famiglia, fu da morte immaturamente strappata alle braccia di affettuoso marito, all’amplesso di figli carissimi, che ne ricordano sempre con infinito dolore la dipartenza estrema, né v’ha rimedio a sanare l’acerba trafittura che ha lasciato quella morte nel cuore di loro.
Filippo Bennicelli s’era intanto guadagnato nome chiarissimo di abile amministratore, di uomo valente nelle economiche discipline, epperò noi lo vediamo essere assunto a pubblici uffici come Consigliere Comunale e Provinciale, e avvegnaché corressero tempi difficili, nulladimeno egli seppe mantenersi in una mirabile indipendenza, e fu di quelli che desiderarono sempre il trionfo della giustizia distributiva, e il rispetto ai diritti della borghesia, onde fu che egli venisse in uggia di coloro che volevano inceppato mente e cuore, e non ammettevano indipendenza neppure nella trattazione della cosa pubblica, neppure nei pubblici interessi.
Succeduto in Roma il governo italiano, e riformatosi il Consiglio della Provincia, gli elettori dei Mandamenti riuniti di Sutri e Nepi eleggevano Filippo Bennicelli, che ben conoscevano la sua onestà e la sua virtù nella materia economica ed amministrativa, ed erano perciò sicuri di mandare al Consiglio un uomo che avrebbe saputo curare gl’interessi della Provincia e rendersi di grande utilità nella provinciale amministrazione. E di vero in tanta estimazione egli è riguardato e in così fatto pregio tenuto, che i più importanti e gelosi incarichi gli furono affidati, come sindacazioni ed inchieste, e s’ebbe nel novero dei più distinti Consiglieri Provinciali, perocché alla sua missione adempì sempre con zelo, con abilità, onestà ed energia.
Volgeva l’anno 1872 quando avveniva la morte di quell’illustre cittadino che fu il Duca Mario Massimo, la di cui memoria sarà sempre onorata e cara, e l’uomo stimato degno di succedergli nel posto che copriva nella Deputazione Provinciale fu il Bennicelli, il quale all’onorevole carica di fatti prescelto, con tutta alacrità, con tutta sollecitudine e con costanza rarissima alla medesima attende.
Noi quindi vediamo nel Conte Filippo Bennicelli un uomo che ha diritto alla pubblica e privata benemerenza, perocché nella trattazione degli affari della Provincia si rese e si rende utilissimo, ed è tra coloro che sono di maggiore sostegno nel bellissimo edificio della provinciale amministrazione, che va sempre più prosperando; noi vediamo un uomo che per virtù della sua eletta intelligenza, de’ suoi forti propositi si è formato eccellente nelle materie economiche ed amministrative; noi ammiriamo un cittadino che per la forza della volontà e dell’onestà seppe innalzarsi a grande fortuna e creare un patrimonio cospicuo, e porre la famiglia nella più bella condizione di stima, di rispetto, di onore. — Sì, volontà ed onestà sono i fattori del materiale benessere, dell’individuale miglioramento, né l’uno può essere disgiunto dall’altro, perocché senza l’onestà non sono possibili le grandi fortune, o se sono possibili hanno breve durata, ché gli onesti innalzamenti di ricchezza soltanto si reggono, s’accrescono, prosperano. Noi dobbiamo inoltre segnalare il Bennicelli come padre affettuosissimo, che intese sempre ad educare i propri figli in tutte le più nobili discipline, e ad istruirli nelle materie economiche ed amministrative, per renderli utili cittadini, imperocché in tutti i tempi abbisognano sopra ogni altro uomini valenti nell’arte del bene amministrare, da cui deriva la fortuna a sé, alla famiglia, alla patria. Ed è certamente per lui consolazione grandissima vedersi circondato da figli amatissimi, che alle paterne cure corrispondono in tutte le più distinte virtù esercitandosi, e nelle cognizioni amministrative e nella scienza economica amando di approfondire.
Conchiudendo pertanto questa biografica memoria, noi adempiamo al compito dello scrittore, consegnando il Conte Filippo Bennicelli alla luce dell’esempio, al ricordo perenne.
R. Fait — Editore — Roma, febbraio 1875 — Tip. del Popolo Romano
Note
- Testo riletto e corretto a partire dalla copia fornita e dal testo pubblicato su Wikisource (Biografie dei consiglieri comunali di Roma / Filippo Bennicelli, pp. 277–280).
- La provincia di Roma all’epoca era estesa su quasi tutto l’odierno Lazio.

